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Industrial Accelerator Act: un equilibrio delicato per la competitività europea

La proposta di Industrial Accelerator Act (IAA) della Commissione europea è arrivata a Bruxelles con grandi aspettative. Presentato come una risposta diretta all'appello di Mario Draghi sulla competitività, l'atto intende invertire il lento declino dell'industria manifatturiera europea e riportarne il peso sul PIL a un solido 20% entro il 2035.

L'approccio su tre pilastri dell'IAA - stimolare la domanda di prodotti verdi “Made in EU”, scrutinare i grandi investimenti esteri e ridurre i tempi autorizzativi - rappresenta un cambio significativo nella strategia industriale. Ma mentre la proposta avanza nel processo legislativo, l'entusiasmo politico iniziale lascia spazio a una valutazione più cauta e pragmatica da parte delle stesse imprese che intende sostenere.

La reazione dell'industria europea può essere descritta come cautamente favorevole, ma con uno sguardo lucido sui potenziali rischi. Il messaggio che arriva dalle sale riunioni del continente è essenzialmente uno: equilibrio.

Da un lato, c’è un apprezzamento reale per l’ambizione. Dopo anni di quella che molti hanno percepito come una politica industriale frammentata, l’IAA segnala un impegno a rafforzare la base produttiva europea. L’attenzione all’accelerazione autorizzativa, in particolare, è stata accolta come un rimedio atteso da tempo ai ritardi cronici che hanno afflitto i grandi progetti industriali. Per settori come le industrie ad alta intensità energetica e le tecnologie pulite, la promessa di approvazioni più rapide in specifiche “aree di accelerazione industriale” rappresenta un passo concreto.

Sotto questo sostegno, tuttavia, si celano preoccupazioni significative. La prima riguarda i criteri “Made in Europe” negli appalti pubblici. Sebbene la Commissione insista sul fatto che si tratti di reciprocità, non di protezionismo, le imprese temono che possa essere una china pericolosa. Il rischio è che clausole di questo tipo possano distorcere il mercato, aumentare i costi per le aziende europee che dipendono da catene di approvvigionamento globali integrate e, in ultima analisi, invitare a misure di ritorsione da parte dei partner commerciali. La domanda che molti si pongono è: possiamo costruire un’Europa fortezza senza rendere le nostre industrie meno competitive a livello globale?

Questo si lega direttamente a un secondo nodo: gli investimenti diretti esteri. La proposta di imporre condizioni agli investimenti su larga scala da parte di attori globali dominanti è vista da alcuni come strategicamente necessaria, ma da altri come un potenziale deterrente. Il timore è che nuove condizionalità - sul trasferimento tecnologico o sulla creazione di posti di lavoro - possano rendere l’UE una destinazione meno attraente proprio per quei capitali necessari a costruire gigafactory e sviluppare nuove tecnologie. Trovare il giusto equilibrio tra la tutela degli interessi strategici e il mantenimento dell’apertura sarà fondamentale.

C’è poi il paradosso burocratico. L’IAA mira a ridurre la burocrazia per i progetti industriali, ma i suoi stessi meccanismi - nuove regole sugli appalti e screening sugli investimenti esteri - introdurranno inevitabilmente nuovi livelli di complessità amministrativa. I leader industriali osservano con attenzione se la semplificazione promessa per alcuni verrà compensata da una maggiore complessità per tutti. Il timore è che la cura possa, in qualche modo, assomigliare al male.

Queste preoccupazioni non sono uniformi. L’atto sta già generando ripercussioni settoriali. Le industrie dell’acciaio, del cemento e delle tecnologie pulite, esplicitamente indicate come beneficiarie, sono naturalmente più favorevoli. Possono trarre vantaggio dai segnali dal lato della domanda e dal sostegno mirato. Tuttavia, gli utilizzatori a valle di questi materiali - ad esempio nel settore delle costruzioni o dell’ingegneria - temono costi più elevati e una minore scelta. I settori non al centro del focus dell’IAA temono di essere lasciati indietro nella corsa agli investimenti e all’attenzione politica.

Per le piccole e medie imprese italiane, che sono il cuore pulsante della nostra economia manifatturiera, non si tratta di dibattiti astratti. La preoccupazione è che l’onere amministrativo legato alla gestione dei nuovi criteri “Made in EU” o allo screening sugli investimenti esteri possa ricadere in modo sproporzionato sulle imprese di minori dimensioni con risorse limitate. Sebbene l’IAA miri a sostenere l’industria europea, non deve creare involontariamente barriere che escludano proprio quelle PMI che sono il motore dell’innovazione e dell’occupazione in Italia. Inoltre, data la forte integrazione nel tessuto imprenditoriale italiano tra PMI manifatturiere e di servizi, è essenziale che non ricadano su queste ultimi effetti negativi o barriere.

L’Industrial Accelerator Act è indubbiamente un intervento coraggioso e necessario. Identifica correttamente l’imperativo strategico di rivitalizzare l’industria europea. Ma mentre entra nella fase delle negoziazioni parlamentari e del Consiglio, la sfida sarà quella dell’aggiustamento. L’UE sarà in grado di costruire una politica sufficientemente solida da rafforzare la competitività industriale, ma allo stesso tempo flessibile e aperta da rimanere un polo attrattivo per gli investimenti e l’innovazione globali - il tutto garantendo che gli attori di minori dimensioni non vengano lasciati indietro? I prossimi mesi riveleranno se l’IAA diventerà un vero acceleratore o se rimarrà impantanato proprio nelle complessità che intende superare.

Fonte: MosaicoEuropa 3/2026